IMPARARE AD IMPROVVISARE

 XXXII CONGRESSO NAZIONALE SOCIETA’ ITALIANA DI PSICOTERAPIA MEDICA : RAVENNA – 1998

“IMPARARE AD IMPROVVISARE”:  terapia riabilitativa a mediazione Teatrale in un Centro Diurno

*Dott. Enrico Iommetti, *Dott.ssa Flaminia Poletti,  °Luigi Coccia,  °Antonio Toriello,  **Dott. Fabio Terribili

* Psichiatra-Psicoterapeuta, ** Coordinatore  DSM – Az. U.S.L. 13 ( AP ),     ° Animatore Teatrale

La nostra esperienza nasce dall’esigenza di costituire un setting di gruppo in cui la dimensioni fisico-corporea e quella  linguistico-espressiva possano liberamente articolarsi in un gioco interattivo di atti comunicativi, coinvolgenti tutte le differenti modalità sensoriali, al fine di favorire la mobilizzazione e l’integrazione degli  aspetti emotivi e cognitivi delle rappresentazioni del proprio Sé corporeo,  sperimentati nella dinamica relazionale con l’Altro contestuale alla comunicazione gruppale, mettendo particolare attenzione alla punteggiatura sia delle componenti sincretico-analogiche che di  quelle analitico-verbali.

Il gruppo è costituito da quindici pazienti, età media di trenta anni, per un terzo costituito da donne, affetti da gravi disturbi psicotici da non meno di cinque anni, con prevalenza della sintomatologia negativa. Sono persone che nel loro ambiente sociale vivono isolati, con gravi difficoltà nei rapporti con gli altri, imbrigliati in una sorta di “confusione” del linguaggio affettivo che li isola in un alone  di incomunicabilità e li rende incapaci di soddisfare i propri bisogni affettivi primari. Da qui l’esigenza di attivare un luogo terapeutico-riabilitativo in cui sperimentare una rete di relazioni emotive che riesca a contenere l’angoscia del Sé frammentato mediante una convivenza che ne riconosca i bisogni e attraverso il loro soddisfacimento restituisca insieme sentimenti di esistenza e quindi prodromi di identità. Gli ospiti sono presenti dal lunedì al venerdì per otto ore al giorno. Nel corso della settimana sono impegnati, oltre al teatro, in attività espressive come il disegno, l’attività motoria, la musicoterapia e in attività occupazionali come il giardinaggio, l’uso del computer, la fotografia e la ceramica.

La presenza di due animatori con buona esperienza di teatro ha permesso l’iniziale strutturazione di uno spazio codificato in cui sperimentare, recitando, situazioni della realtà sociale e culturale di appartenenza. “Animazione è prendere coscienza di sé da parte di un gruppo in relazione al suo ambiente, è sperimentare tutti i linguaggi, è scelta e organizzazione di una comunicazione da attuarsi collettivamente“ (Rostagno-Pellegrini,1979).

Le fasi di lavoro sono state organizzate utilizzando le seguenti modalità espressivo-relazionali: 1) Specchio 2) Imitazione 3) Interpretazione 4) Improvvisazione.

Nel “lavoro” dello Specchio, l’esigenza di dover aderire con immediatezza, all’immagine dell’altro in movimento, escludendo l’uso del linguaggio verbale e mantenendo una distanza costante  minima che eviti il contatto fisico ha favorito la partecipazione e il coinvolgimento con un buon livello di gratificazione soggettiva ed una elevata attenzione da parte del gruppo. L’Imitazione reciproca di atteggiamenti caratterizzanti, spontanei ed abituali, ha creato nel gruppo un clima emotivo di simpatia anche per quegli aspetti comportamentali che normalmente sono etichettati come espressione di psicopatologia. Chi in precedenza era rimasto  isolato e inattivo si è coinvolto ed ha potuto esprimere con una modalità non verbale ma emotivamente percepibile e significativa la sua relazione silenziosa con gli altri membri del gruppo. Nell’Interpretazione di ruoli socio-relazionali complessi, solo le persone più strutturate e con una storia personale più ricca di eventi vitali, sono riuscite ad esprimere ricchezza e plasticità emotiva con una capacità descrittiva che oltrepassasse la semplice imitazione. Queste difficoltà si sono attenuate  quando il gruppo è stato coinvolto coralmente in ruoli attivi condivisi. L’Improvvisazione è più difficile da descrivere e da individuare. Può essere considerata come un momento di superamento della situazione fusionale di gruppo verso una situazione introiettiva, verso processi di assimilazione, riconoscimento e costituzione di un mondo simbolico interno, quindi lo sviluppo di un pensiero sentito come espressione autentica e rappresentativa del proprio mondo interno. Ciò presuppone l’avvenuto rapporto di identificazione con una adeguata funzione madre-ambiente esercitata dal gruppo. Attraverso il pensiero simbolico noi conteniamo ciò che ci contiene. Dice Meltzer: “La comunicabilità è connessa al legame linguistico con i buoni oggetti interiorizzati; è necessario che si conservi – e non sia distrutta come negli stati schizofrenici e autistici – la possibilità di comunicare stati della mente ad un oggetto con qualità genitoriali e principalmente quelle atte a contenere la confusione, il dolore e le parti proiettate della personalità che sono divenute insopportabilmente dolorose” ( “Organizzazione narcisistica e difficoltà di comunicazione” -1975)

E’ necessario ,quindi, che il gruppo riesca a svolgere questa azione contenitiva  utilizzando le relazioni utente-utente, utente-gruppo, utente-animatore.

La funzione terapeutica del teatro risiede nella capacità di ricreare una maggiore libertà, nella produzione e nello scambio dell’espressività non verbale, sia delle emozioni discrete quali rabbia, vergogna, rimorso, gioia, ed altre e sia degli Affetti Vitali descritti da Stern : pienezza – vuoto, leggerezza – pesantezza, espansione – costrizione , ariosità – chiusura, che rappresentano l’espressione diretta del senso di Sé e del suo stato di vitalità, coesione, continuità percepibili prevalentemente a livello corporeo e  quindi evidenziabili osservando e descrivendo la postura, il tono della voce, il vigore, i gesti, ed altri aspetti del comportamento non verbale. Inoltre l’elaborazione dell’esperienza di frustrazione, indotta dallo stato di separatezza del proprio corpo e dai suoi limiti, se non è eccessivamente angosciante ed è sufficientemente articolata nella trama narrativa del contesto in atto, favorisce una migliore articolazione del linguaggio verbale e della comunicazione simbolica delle emozioni ad esso legata.

 In tal modo, esercitando una funzione di realtà adeguata, si  favorisce il “processo di separazione – individuazione “, solo a patto che sia stato possibile introdurre e sopportare, preliminarmente, il conflitto tra la fantasia di rappresentare il mondo secondo il proprio desiderio di fusionalità simbiotica e i limiti imposti dalle modalità comunicative ed espressive del proprio corpo. Accanto ad una parte del Sé che lavora separata dal mondo esterno, coesiste una parte arcaica del Sé che continua a lavorare inconsciamente in simbiosi con il mondo esterno. In tale ottica lo scopo della cura, nel contesto terapeutico riabilitativo in cui stiamo operando, non sembra essere la progressione del paziente da una fusionalità simbiotica, in cui sarebbe intrappolato, ad una separazione, ma quello di integrare esperienze simbiotiche ad esperienze di separazione

 Per ciò che abbiamo potuto osservare nella nostra pur breve esperienza, la terapia riabilitativa a mediazione teatrale nel  favorire la simulazione della realtà, che viene in qualche modo ricreata, soggetta a sperimentazione e manipolazione, al pari di quanto avviene nel gioco simbolico, crea uno spazio in cui l’illusione è possibile, sostenuta e condivisa (Winnicott) e ciò permette lo sviluppo del pensiero creativo in quanto porta alla formazione di nessi simbolici prima inespressi.

In conclusione , ci è sembrato estremamente interessante ricordare le osservazioni sperimentali e le ipotesi formulate da Stern (1985) per spiegare il passaggio da forme primitive di percezione amodale, indipendente dalla specificità  dell’ analizzatore sensoriale utilizzato, a percezioni modali, tipiche di una determinata modalità sensoriale attraverso corrispondenze sensoriali e sinestesie, con scambi tra i vari analizzatori, costruiti su primitivi accoppiamenti: udito-vista, tatto-udito, tatto-vista risalenti fin dalle primissime fasi della relazione madre-bambino. In tale relazione primitiva si pongono le basi percettive delle future operazioni di tipo simbolico e quindi delle elaborazioni mentali e dei circuiti rappresentativi.

 

L’E’quipe del Centro Diurno “Il Sentiero”: M.Loggi, S.Luciani, F.Pallotta, M.Luzi, C.Stipa; Ass.Sociali: L.Romanucci, G.Messina; Psicologo:Dott. A.Tancredi.

BIBLIOGRAFIA

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

BA G.(a cura di)Metodologia della riabilitazione psicosociale,FRANCO

ANGELI,Milano,1994

RICCI BITTI P.E.(a cura di)Regolazione delle emozioni e arti-terapie;CAROCCI Roma,1998

 

 
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